Brandy? Sì, ma italiano e artigianale

I quattro moschettieri del brandy italiano artigianale


Gianni Vittorio Capovilla, Guido Fini Zarri, Bruno Pilzer e Mario Pojer: cosa hanno in comune questi quattro personaggi noti al mondo dell’enologia e dei distillati? Se vi dicessimo che hanno unito le loro forze e le loro competenze per promuovere il brandy artigianale italiano, ci credereste? Ebbene sì, anche il brandy italiano può essere fatto a regola d’arte, anche nel nostro Paese può tornare il fermento verso i distillati e la loro produzione può essere anche artigianale.

È l’obiettivo di questi quattro moschettieri che vogliono ridare dignità al brandy italiano, facendo cultura, ma senza creare un marchio. Ognuno di loro mantiene la propria identità e la esprime nei suoi prodotti che sono necessariamente diversi perché è l’artigianato che lo esige. “L’artigiano non è come l’industria che si adatta ai gusti della maggioranza. L’artigiano fa il suo prodotto, come piace a lui, e spera che piaccia anche agli altri. Il bello è questo!”, sorride Guido Fini Zarri.

Una storia di amicizia, più che di marketing, di frequenti trasferte in Francia e di quattro grappaioli che si vogliono divertire a creare con gli alambicchi sì, ma rispettando l’uva. Che, insieme, vogliono portare avanti una tecnica che ammicca all’arte e un’arte che deve essere necessariamente anche tecnica. Una scommessa di coraggio: quattro uomini che hanno voglia di sperimentare, sbagliare, per raggiungere un prodotto che sia un mix di ragione e sentimento. Eseguito bene certo, ma che deve lasciare delle emozioni. Il brandy artigianale italiano è sempre un distillato di vino italiano invecchiato in botti di rovere, ma a differenza del brandy industriale, non vuole trasformarsi in liquore per piacere al pubblico. È duro e puro, senza compromessi, né zuccheri, né caramello. Per i quattro moschettieri produrre il brandy significa:

• selezionare accuratamente la materia prima, l’uva, che deve essere in perfette condizioni,
• seguire attentamente il processo di fermentazione senza aggiungere anidride solforosa,
• utilizzare alambicchi che estraggano delicatamente gli aromi (Charentais o a bagnomaria),
• lasciare che il distillato di vino invecchi per tutto il tempo che gli è necessario per raggiungere l’equilibrio fra i suoi aromi naturali e l’alcool, secondo lo stile e il gusto di ognuno,
• non aggiungere aromi naturali o artificiali,
• non aggiungere zucchero o caramello,
• evitare qualsiasi manipolazione prima dell’imbottigliamento, effettuando unicamente la filtrazione a temperatura ambiente.

Qualche giorno fa, a Milano, sono stati presentati: il Distillato di Vino 1998 – Capovilla Distillati, il Brandy Italiano Assemblaggio Tradizionale 10 anni – Villa Zarri, l’“Historiae” Brandy Portegnac 13 anni – Pilzer, l’Acquavite DIVINO Dolomiti Vendemmia 2000 – Pojer & Sandri, che hanno dimostrato di essere perfettamente in grado di reggere un intero menù cucinato da Stefano Caffarri, a base di capasanta brasata nel grasso del bue grasso, cappellotti di zucca e Parmigiano stravecchio in brodo di gallina, cappello del prete a bassa temperatura con fondo di brandy cotto e cioccolato in purezza. Per cui, signori, preparatevi: il futuro sarà il brandy artigianale italiano a tutto pasto.
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(Photo credit: ©Mauro Fermariello)

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