Pinot Nero in fermento

Negli ultimi tempi, in Italia, è aumentata la produzione di questo vitigno difficile da coltivare


Pinot Nero, che passione! È forse l’unico vitigno internazionale che ha una schiera di fan. Sì, perché non ci sono i fanatici del Cabernet Sauvignon o del Syrah, per fare degli esempi, ma ci sono i seguaci di Sassicaia, di Masseto o del Barbaresco di Gaja (paragonato, quale seduttore timido e silenzioso, da Angelo a Marcello Mastroianni), del Monfortino o di Petrus. Il Pinot Nero ha dato vita a una vera e propria tribù, anche se da molti viene definito un vino al femminile, ma non è così. La capitale di questo vino è notoriamente in Borgogna, con qualche appendice in Oregon, ma negli ultimi anni in Italia, qua e là, perfino in luoghi impensati, sono nate macchie di questo vitigno, non certo facile da coltivare e produrre.

Uno dei pionieri all’inizio degli anni Settanta è stato l’emiliano Enrico Vallania (Vigneto delle Terre Rosse), fautore dei vitigni internazionali, poi è apparso il Pinot Nero di Tenuta Bagnolo dei Marchesi Pancrazi, prodotto a seguito di un fortuito errore: il vivaista fornì, al posto del Sangiovese, le barbatelle di Pinot Nero. Sempre a partire dagli anni Settanta (lo documenta il libro di Peter Dipoli e Michela Carlotto) nasce in Alto Adige, nel territorio di Mazzon, il fenomeno che più di ogni altro segna la storia di questo vino in Italia. Nel tempo si sono affermati infatti diversi produttori del territorio di Mazzon: in primis Gottardi, poi Carlotto, Brunnenhof, Maso Barthenau, Haas. Nel territorio di Appiano poi l’interessante Stroblhof e Sanct Valentin della cantina San Michele Appiano.

Dulcis in fundo, eccoci al fulmine dell’Appennino Toscano, quando forse nessuno poteva prevederlo: in  Lunigiana, Garfagnana, Mugello e Casentino, già splendidi territori con paesaggi da cartolina, sono fioriti diversi produttori di Pinot Nero. Così, nel tempo, sono apparse etichette davvero intriganti a cominciare dal Podere Fortuna di San Piero a Sieve, quindi Il Rio di Vicchio, poi ancora Podere della Civettaja di Pratovecchio, Cuna del Podere Santa Felicita dell’enologo Staderini. Queste cantine mostrano tuttora discontinuità, a seconda delle annate e tipica del Pinot Nero, ma forse è un male di gioventù. E se un nuovo squillo arrivasse anche dalle Dolomiti Bellunesi, magari  a partire dal Pinot Nero Pian delle Vette (azienda Pian delle Vette)?

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